Delfino Cinelli

Delfino Cinelli nasce a Signa il 16 agosto 1889. Fa il suo ingresso nel campo della letteratura a quasi quarant’anni, nel pieno della maturità artistica, dopo avere girato il mondo per conto dell’industria di famiglia, una delle fabbriche di cappelli di paglia più famose e apprezzate. Compie gli studi medi al Cicognini di Prato come tanti letterati contemporanei tra cui Pratesi, Benelli e D’Annunzio, prosegue l’istruzione negli istituti commerciali in Svizzera e Inghilterra, quindi viene associato dal padre nella sua azienda che dà lavoro a circa settecento operai. I rapporti commerciali lo portano a lungo in America, dove conosce anche l’avvenente Frances Hartz, che sposerà nel 1915 e dalla quale avrà tre figli. Padrone delle lingue anglosassoni, legge i capolavori della letteratura formando una sensibilità tutta propria, che da buon toscano mantiene saldamente ancorata alla terra, ai suoi valori concreti e spirituali. Con il romanzo La trappola, nel 1928, riscuote un enorme successo di pubblico, la critica lo segnala come una delle voci più interessanti nel nuovo panorama italiano, e il Comitato dei Trenta include il romanzo tra i migliori dell’anno. Più volte ristampato, ha dato il tema al film Notte Tragica, portato sullo schermo nel 1942 da Mario Soldati, sceneggiato da Alberto Moravia e interpretato dalla celebre Doris Duranti. Sempre nel ’28, con Castiglion che Dio sol sa, autentico libro-epopea, entra nella terna che si contende il premio Bagutta e vince il Borletti dell’Accademia Mondadori. Dopo avere lasciato l’azienda di famiglia acquista la tenuta di Spannocchia, nell’entroterra senese – tuttora attiva e splendida come un tempo – e ne fa il suo laboratorio creativo, dividendo l’attività letteraria, le collaborazioni con giornali e riviste dell’epoca, con quella dedita alla terra e alle miniere. Il suo impegno si estende anche alla traduzione: firma le più valide versioni italiane dei racconti di Edgar Allan Poe, ripetutamente utilizzate dalla grande editoria fino al 1970. Nel contempo non smette di dare alle stampe novelle, drammi, testi teatrali, racconti e saggi, tra cui si segnalano Calafuria del 1929, bocciato dalla critica ma amatissimo dal pubblico, anch’esso portato sul grande schermo ancora con la Duranti protagonista; Cinquemila lire (1930), il racconto lungo Purgatorio (1931) e Lucia, due anni più tardi. Con Mio padre (1932) vince il premio Fusinato, le recensioni della monografia su Tolstoi (1934) sono più che lusinghiere, e a dieci anni dal suo libro-epopea esce Campagna, un ritorno a quella “pittura a parole” tipica dell’autore, a un’atmosfera di tiepida armonia che conferma un talento mai tramontato. Nel 1942 l’ultima opera, Ardenza, prima della morte, avvenuta il 1 maggio.

Divergenze ha in programma di ripubblicare il catalogo dell’autore, colpevolmente dimenticato dal mondo delle lettere.