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Silvano Ambrogi, divenuto celebre con I burosauri, una delle più memorabili satire sulla burocrazia, premio Istituto del Dramma Italiano 1962, tradotta e rappresentata in molti paesi d’Europa, si impegna anche per riviste e quotidiani quali «Il Mondo» di Panunzio, «Travaso», «Il Caffè», il «Corriere della Sera», «Comics», «Il Giorno», «L’Europeo» e «Paese Sera». Autore di svariati testi teatrali e irresistibili parodie, le sue opere sono una mappa ironica e grottesca del disagio quotidiano: in ognuna aggiunge un capitolo a quella “biografia dei malesseri” che tocca ora le nevrosi e l’erotismo (Neurotandem) ora la scomparsa del verde naturale (I vegeticoli), senza risparmiare un quadretto corrosivo sul carrozzone della Sinistra (L’arcitreno), o il mito dei privilegi e del ribellismo (I sessantottoni), i benefici della società dei consumi e il culto dei vip (I malmangianti), lo snobismo turistico e culturale, la crisi irreversibile di lavori un tempo prestigiosi. In anticipo sui tempi, certi suoi ritratti stigmatizzati anche da Pasolini appaiono, nel degrado globale, perfino più umani dei gelidi tecnocrati attuali, quasi che ogni j’accuse sia velato di un tono di rarefatta poesia. Proprio quella che occupa gran parte del suo esordio letterario, Le svedesi, datato 1959, e segnalato da Luciano Bianciardi. Si tratta di un racconto lungo, ambientato nelle zone che Ambrogi ha vissuto da ragazzo e di cui meglio conosce colori, profumi ed atmosfere: Migliarino, Marina di Vecchiano e la foce del Serchio, con il mare che bagna luoghi ammantati dal fascino delle tavole di Fattori, dove ombre e trasparenze si confondono in un connubio crudo e lirico. E qui, la matrice dell’impegno non è analitica né psicologica, ma galleggia fra disincanto, humour e nostalgia; una prova sulla quale è tempo di soffiare via le polveri del silenzio. 

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(Tratto dalla prefazione, a cura di Anastasia Lamagna)