Edipo a Berlino

Edipo a Berlino è un romanzo-epopea di Francesca Veltri, ricercatore di Sociologia Politica presso l’Università della Calabria. Karl, un giovane nazista, vede capovolta la sua esistenza da un fatto di sangue di cui è protagonista, e dalla scoperta di avere origini ebraiche. Sperimenta così su di sé la lacera­zione fra passato e presente, identità e menzogna,
vittima e carnefice. Un racconto corale che espone a conflitti di idee e di valori,
e riscrive la tragedia antica di un mondo che si sfalda, il dolore degli affetti perduti,
il senso di una Storia che si apre verso un futuro diverso.

«Prima che potesse capire cosa stesse succedendo, lo sospinsero dentro. Balbettò
che doveva prendere il treno, gli dissero che sapevano loro cosa fare, chiusero
lo sportello e la camionetta ripartì. Dentro era buio, i finestrini erano oscurati.
Chiuse gli occhi, strizzandoli, ed ebbe la visione confusa di un cieco,
vertiginoso turbinio intorno a sé. Si abbandonò al moto della camionetta,
gli occhi fissi in un punto indefinito sopra di lui, assorti a cercare quello che non c’era,
il futuro che non conoscevano, le immagini di un tempo che non ricordavano più».

Con un approfondimento critico di Alessandra Lorini

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Francesca Veltri, nasce a Pisa il 16 ottobre del 1976, è ricercatore di Sociologia Politica presso l’Università della Calabria. Ha pubblicato per la casa editrice Rubbettino due saggi sul pensiero di Simone Weil e il dibattito politico francese fra le due guerre, e nel 2017 è stata coautrice del testo Il Movimento nella Rete (Rosenberg & Sellier). È membro dell’Association pour l’étude de la pensée de Simone Weil, e dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS). Finalista al premio Calvino nel 2002 con il romanzo Davide era stanco, nel 2015 arriva al 2° posto al concorso letterario La Giara RAI, e nel 2016 pubblica con RAI ERI, in formato digitale, Edipo a Berlino, che Divergenze propone per la prima volta in volume.
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Il volume, realizzato in cartoncino ecologico e carta interna bulk ad effetto vintage,
è in tutte le librerie, negli store online o acquistabile, senza spese di spedizione,
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Goyescas

Goyescas è il romanzo rivelazione di Francesca Maria Villani,
pianista formatasi al Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli, definito dalla critica
«una delle dieci opere fondamentali per capire la poetica del sud Italia».
Strutturato in undici capitoli, il racconto dipinge con una scrittura ad alto tasso emotivo il frammento di vita di una giovane donna di ritorno nel paese natale, per un tempo che le permette di comprendere ciò che non aveva avuto modo di focalizzare. Nell’avvicendarsi di presente e passato si mescolano tradizioni e vicende di un borgo dell’entroterra pugliese: ogni scorcio è il pretesto per un tuffo negli incantesimi del territorio, tra figure di un mondo che sembra svanito appena ieri e dove amori, delusioni, beffe e incidenti si rivelano nella loro lirica semplicità. La protagonista si muove tra le vie del paese ascoltando e narrando a sua volta fiabe e aneddoti, mentre cerca sé stessa e la musica che crede di avere abbandonato. Un libro di conoscenza e di rara eleganza intellettuale.

«Certi amori non muoiono. Anche quando pare che si allontanino, quasi sempre per un nostro capriccio, possiamo solo illuderci che facciano male, ma non operano mai per sottrazione: la felicità non è matematica, è empatia».

Apparato critico e postfazione di Marco Proietti Mancini

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Francesca Maria Villani nasce a Manduria nel 1999 e vive a Carosino, in provincia di Taranto. Inizia lo studio del pianoforte all’età di cinque anni. A nove viene ammessa al Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli, nella classe del maestro Benedetto Lupo, che la seguirà fino all’VIII anno. Si diploma con il massimo dei voti e la lode nel marzo 2018, sotto la guida del maestro Carlo Gallo. Ha eseguito con l’orchestra del Conservatorio il Konzerstuck op. 92 di Schumann e il secondo concerto di Beethoven, suonando anche per l’Eurorchestra di Bari e per l’Agimus – sezione Roma. Vincitrice di numerosi concorsi nazionali e internazionali, ha ricevuto il Premio Speciale Bach per la migliore esecuzione di un pezzo del compositore tedesco, quindi il primo premio al GrandPrize Virtuoso 2016, e selezionata fra i vari partecipanti ha suonato alla Royal Albert Hall di Londra. Ha frequentato come allieva le masterclass dei maestri Burato, Marvulli, Thiollier, Ferrati, Rivera, Delle Vigne.
È iscritta alla facoltà di Filosofia all’ateneo di Bari.
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La rivoluzione, forse domani

La rivoluzione, forse domani è la trascrizione di un manoscritto autografo, ritrovato
in circostanze fortunose, un incantesimo che unisce una storia d’amore e di umanità
in tempo di guerra, l’inno appassionato per una terra e una vicenda di resistenza
prima della Resistenza
, firmata da un’autrice coltissima e misteriosa.
Una novella di valore storico e sociale incalcolabile.

È nel lembo di terra fra Costa de’ Nobili e Zenevredo, due borghi divisi da un ponte di barche tra i salici sul fiume Po e i primi rilievi dell’appennino, che si consuma la vicenda narrata. Vicenda che si apre in un clima campagnolo, quasi georgico, e pur entrando subito nel climax del conflitto attraverso i dialoghi d’un gruppo di vignaioli e l’anziano signor Balossi, per due capitoli descrive la nascita di un legame amoroso tra il Michele – con l’articolo davanti –
e Melania, una delle figlie gemelle della perpetua di un parroco della zona. Ma è anche
e soprattutto un documento che testimonia una forma di Resistenza in un periodo in cui parecchia stampa era allineata, i dissidenti erano molti meno rispetto ad un paio d’anni dopo, e parte di quella dissidenza non era viva nella popolazione, se non attraverso forme improvvisate come quella del Michele e della sua cerchia d’amici. L’autrice, ex insegnante, padrona di almeno quattro lingue, ha una profonda conoscenza delle dinamiche letterarie
e unisce linguaggio dialettale e passaggi di notevole finezza che ad ogni rilettura
trasmettono qualcosa in più: grandi e piccole illuminazioni, delicati scorci emotivi
e un tono fatale in cui muove gli uomini sul palco della II Guerra Mondiale,
visto da chi l’ha vissuta sulla pelle, nei visceri e nello spirito.

– Apparato critico di Chiara Solerio, postfazione del filosofo Marco Vagnozzi –

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L’indebolimento dei legami umani

L’indebolimento dei legami umani, ovvero come la competizione ha progressivamente ridotto la solidarietà, plaquette fuori collana in tiratura limitata, è un saggio breve ma illuminante su come la società dei consumi, con l’illusione del progresso,
va allontanando tra loro gli uomini, e come l’inganno della lotta per il benessere
stia minando alle basi il concetto di comunità. Una problematica quanto mai attuale
di cui si evidenziano e discutono cause, manifestazioni e rimedi.

«Competere è diventato un fatto di quantità, di ramificazione distributiva e di efficacia
dei messaggi pubblicitari da parte dell’industria, per spartirsi il cliente disposto ad annullare
le sfide personali pur di avere l’utopia della comodità. Una comodità scontata
solo sui cartellini, ma pagata a un prezzo sociale altissimo».

Postfazione e apparato critico del filosofo Marco Vagnozzi.

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Laura Martignani nasce il 5 ottobre del 1998 a Bologna. Nella terra del buon cibo, legami e sentimenti, scopre la vocazione per la scrittura nei tempi sospetti del diario segreto. Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse tra la città natale e Ferrara, frequenta il liceo Carducci nella capitale degli estensi, quindi si iscrive all’ateneo di Verona, dove studia Lingue per il Commercio Internazionale. Inglese, russo e cinese, perché l’idioma del sol levante fa parte di lei da quando ne ha scoperto il fascino, vivendo il IV anno di liceo nella patria dei ravioli a vapore. Nemmeno laggiù ha smesso di scrivere: fossero appunti da block notes o una nota sullo smartphone, ha sentito il bisogno di salvare ogni pensiero o vicenda.
A un paio d’anni dal rientro in Italia ha raccolto l’esperienza emotiva in un articolo,
dal titolo Come ti disintegro i pregiudizi sulla Cina, pubblicato sul magazine Kultural.
Non sa cosa farà da grande, tranne che andrà incontro a tutto con serena curiosità.
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Un tranquillo pavido di provincia

Un tranquillo pavido di provincia è un racconto dallo stile immediato, che dietro a una apparente leggerezza propone temi e domande su cui è difficile non interrogarsi. Del resto vivere è un mestiere difficile; per questo Enrico, animo dai pensieri incerti, lascia decidere gli eventi per lui, finché uno di essi lo pone di fronte alla scelta più drastica. Con una scrittura trasparente, Lucio Basile affida al caso il compito di mettere pace al viaggio di un uomo che guarda il mondo con gli occhi estranei ad ogni certezza.

«Non vorrei prendermi per il culo, che è uno degli accessori più delicati.
Vivere sapendo di dover morire è una tesi incontestabile, tutto dipende
dalla maniera in cui viene la consolazione».

Postfazione di Nicoletta Leva. Con una nota di Pierangelo Miani.

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Lucio Basile, abruzzese di Moscufo non ha mai capito se gli sarebbe piaciuto più
essere un pediatra o uno scrittore. In attesa di dirimere il dubbio fa entrambe le cose,
e ringrazia tutti per la stima. È autore di racconti e casi clinici romanzati,
che pubblica su riviste di settore: non li preferisce ai romanzi, sono solo meno faticosi.
Frequenta, con alterni profitti, la scuola di scrittura Macondo di Pescara.
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Verso il mistero

Verso il mistero è una raccolta di sei novelle pubblicata nel 1904 e baciata, a suo tempo, come tutte le opere di Cordelia, da un grande consenso di pubblico e di critica. I due racconti scelti e riproposti hanno una prosa musicale e immediata che percorre le tenebre e i prodigi della mente umana, fra il dolore e la pietà. Alla letterata ottocentesca si accorda una tendenza romantica di natura sociale, la predilezione per la virulenza e il dominio dei sentimenti, che tratteggia nella quotidianità dei borghesi e del popolino su cui innesta la gemma del mistero. Fa capo la sfera, allora in fase pionieristica, della psicanalisi. Con un tocco fiabesco l’autrice turba gli animi e le convenzioni, e tutti i personaggi vanno verso
le zone d’ombra o di luce del loro destino con un realismo dolcemente esistenziale.

«Difficile,» affermò Sem Benelli, in una delle sue taglienti note del tempo,
«non cader nella trappola di questa fattucchiera delle lettere».

Apparato critico a cura di Silvia Sbaffoni, postfazione di Nicoletta Prestifilippo.

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Cordelia, nome d’arte di Virginia Tedeschi, nasce a Verona nel 1849. A contatto con le Lettere fin da piccola grazie a precettori prestigiosi, dal 1879 pubblica manuali, romanzi, raccolte di novelle e soprattutto narrativa per ragazzi, diventando presto la “Signora delle fiabe” italiana. Il suo Piccoli eroi arriva alla sessantaduesima edizione. Per conto della casa editrice Treves si occupa di varie riviste di settore, di moda e per l’infanzia, tra cui il celebre periodico Margherita. Presidentessa del Comitato lombardo pro suffragio femminile,
co-fondatrice del Lyceum di Milano, istituto nato per incoraggiare le donne
agli studi e alle opere artistiche, scientifiche e umanitarie, non esita ad affidare
ai protagonisti delle sue avventure ruoli in forte anticipo sui tempi.

Contemporanea di Ibsen, di Flaubert, di Zola e Dostoevskij; nel suo salotto letterario accoglie i massimi autori e intellettuali del tempo, da Verga a D’Annunzio, da Carducci a Freud. È fra le prime donne a parlare di divorzio, di psicanalisi, di diritto all’istruzione; nel 1916 scrive il manifesto del femminismo tricolore e muore, a Milano, poco più tardi.
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Gli Sparvieri

Gli sparvieri è la seconda opera narrativa di Pietro Maffi, pubblicata in origine come romanzo d’appendice sul giornale pavese Il Ticino, nel 1898. Abitudini, fatiche, gioie e tragedie
di Ballino (Corteolona), un paese che è tutti i paesi italiani di fine Ottocento, ritratto manzoniano di una società e un ambiente irripetibili. Tratta da un evento realmente accaduto, rielaborato con licenza narrativa, è una storia priva di nostalgie e compiacimenti illanguiditi dal tempo, che non concede una riga alla retorica di “quanto eravamo belli” perché lo siamo stati, e tanto, ma senza rendercene conto.
E quel candore semplice e ingenuo l’abbiamo perduto.

In bilico fra la ricostruzione oggettiva e il bozzettismo (memorabile il tragicomico dottor Fasolari), il Maffi compie una piccola Recherche in ambito padano: contadini, preti, genti dal mestiere antico e biechi intriganti, personaggi di una geografia che per citare Piero Chiara, va cercata «dove si trovano tutti luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita».

Apparato critico e ricerca archivistica a cura di Lorenzo Campanella.
Con una nota di Alessandro Buroni.

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Pietro Maffi nasce il 12 ottobre del 1858 a Corteolona, un centro della bassa padana noto per essere stato residenza di re Franchi e Longobardi, da cui Lotario I emanò il capitolare che diede origine al futuro ateneo di Pavia. Bibliofilo, giornalista, letterato, divulgatore di scienze astronomiche e meteorologiche, studioso di sismologia, autore de La cosmografia nelle opere di Torquato Tasso, fondatore della «Rivista di Fisica, Matematica e Scienze Naturali», di «Vita Nova» e del quotidiano cattolico «Il Messaggero toscano», promotore della prima cattedra di Sociologia in un seminario, prima sacerdote e poi arcivescovo di Pisa, dopo la nomina da parte di Pio X diventa il cardinale scienziato, figura leggendaria nel dialogo tra scienza e fede. La sua opera Nei cieli: pagine di astronomia popolare esaurisce due edizioni ed è ristampata più volte. Gli astri, su di lui, esercitano un effetto magnetico. La curiosità per l’universo e i suoi misteri lo spinge a studiarne a fondo il fenomeno e la traiettoria delle stelle cadenti. Realizza, così, il globo meteoroscopico, che riproduce nei dettagli e illumina dall’interno come fosse un cielo in miniatura, e di cui un esemplare è presentato alla Esposizione Universale di Parigi del 1900. Membro della Société astronomique de France, della Associazione meteorologica e della Società astronomica italiana, dell’Accademia pontificia dei Nuovi Lincei, dal 1904 è presidente della Specola vaticana. L’amore per i libri
lo porta a creare la Biblioteca Maffi di Pisa, un’autentica istituzione culturale che conserva oltre cinquantamila volumi, manoscritti, incunaboli, e altri testi rarissimi. Tra il 1894 e il 1898, sulle pagine de «Il Ticino», firma due romanzi d’appendice: Fior che muore, una novella di stampo educativo, quindi Gli sparvieri, che oltre a ritrarre il paese di Corteolona nei suoi scorci più caratteristici e negli abitanti, si rivela una commedia manzoniana brillante,
carica di un umorismo mai domo e spaccati di umanità perduta. Ritenuto papabile
nei conclavi del 1914 e del 1922, muore a Pisa il 17 Marzo del 1931.
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Mariposa

Mariposa è l’opera letteraria scritta a quattro mani da Lucia Rossetti e Manuel Maria Turolla, dalla quale è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, per la regia di Tommaso Massimo Rotella. Un sottile vincolo unisce il lettore a una storia: il filo della narrazione è seta impalpabile ma concreta che irretisce fin dalle prime righe, e si dipana pagina dopo pagina. In alcuni casi, spiegabili solo con il metro dell’arte, quel legame avviluppa, si stringe attorno all’anima, diventa crisalide per restituirci al mondo trasformati. E Mariposa scavalca tutti i dettami di genere: è nel contempo monologo interiore, prosa lirica e grottesca, bizzarro delirio di un uomo su una sedia di plastica alle prese con un bilancio difficile di sé. È il canto di un mondo che fatica a mantenere un senso, consapevole della precarietà di ogni cosa.
«È terribilmente difficile liberarsi di una cosa mediocre e sto prendendo atto con terrore
che nella mia vita tutto è mediocre. Niente di abbastanza brutto da potermene liberare
senza rimorso, niente di abbastanza bello per esserne felice».

Apparato critico a cura di Gabriella Candeloro, con un intervento del regista Tommaso Massimo Rotella.

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Lucia Rossetti è autrice dei programmi Rai L’albero Azzurro e Gulp Girl. Laureata in scienze della comunicazione, matura un’esperienza nel campo della didattica e dell’infanzia prima di dedicarsi alla scrittura, che declina in ambiti diversi: dal mondo dello spettacolo a quello delle imprese. È regista di numerosi testi teatrali e musical, e affianca a una lunga esperienza di head writer la scrittura di saggi e raccolte di racconti per ragazzi. In parallelo lavora nell’ambito della formazione professionale e della consulenza aziendale, si occupa di storytelling e svolge attività di copywriter per imprese e agenzie di comunicazione. Manuel Maria Turolla è laureato in Scienze della Comunicazione, in Fisioterapia, specializzato in Nutrizione naturopatica e laureando in Scienze della nutrizione umana. Si occupa di salute e benessere con un approccio sistemico e integrato. Al centro dei suoi studi vi sono le dinamiche di comunicazione, strutturali e biologiche che caratterizzano l’essere umano.
È appassionato di scrittura e di come la parola e la linguistica possa orientare il focus del pensiero e della comunicazione, diventando uno strumento per la consapevolezza
e la crescita personale. Autore di saggi e testi fini a stimolare la riflessione su tematiche
che riguardano da vicino l’uomo contemporaneo, orientandolo verso possibili soluzioni.
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Le Svedesi

Nell’eco di un’estate dove ogni cosa è governata dal ricordo, dalla fame d’avventura
e da un mare irripetibile, un gruppo di amici vive il passaggio dall’adolescenza alla maturità,
in attesa dell’arrivo delle bionde, conturbanti svedesi. Sullo sfondo, le immagini
di Bocca di Serchio e Marina di Vecchiano, dipinte con un tono poetico
che è il solo adeguato alle rivelazioni a cui la vita espone. Un ritratto dolceamaro
di una e di tante generazioni che non indulge in nostalgie romantiche; anzi, il tono,
in apparenza futile e svagato, rende più concreta l’epica di un rinnovamento mancato.
E sullo sfondo, anche quando nulla sembrerebbe evocarlo, ancora una volta quel mare
a cui tendiamo per natura e che lui solo, con la propria bellezza, è il richiamo fatale.

«Dove uno ha studiato fin da ragazzo, dove vi ha visto passare la guerra, dove ha imparato
a conoscere quegli importanti fenomeni che sono gli uomini, ecco, lì è il suo paese».

Apparato critico, integrazioni e postfazione a cura di Anastasia Lamagna.

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Silvano Ambrogi nasce a Roma il 17 novembre 1929. Trascorre la fanciullezza e il periodo scolastico tra Nodica e Migliarino; frequenta il liceo classico locale e si laurea in Giurisprudenza a Pisa. Bocca di Serchio e Marina di Vecchiano gli ispirano il racconto Le svedesi, esordio letterario pubblicato nel 1959, al quale seguirà una produzione di opere pressoché di ogni genere fra commedie, parodie, radiodrammi, romanzi e sceneggiature, oltre a un comparto saggistico e di curatele che l’autore affianca al proprio lavoro di dirigente al Ministero delle Poste. Divenuto celebre con I burosauri, una delle più memorabili satire sulla burocrazia, che vinse il premio Istituto del Dramma Italiano 1962, rappresentata in vari paesi europei, ha scritto per riviste satiriche e quotidiani tra cui Il Mondo, Travaso, il Correre della Sera, Il Caffè, Comics, Il Giorno, L’europeo, firmando testi teatrali, racconti e irresistibili parodie della modernità fra cui Neurotandem, L’ingrasso,
I sessantottoniI malmangianti. Si è spento nella capitale il 2 luglio 1996.
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La Trappola

Uno dei romanzi con il miglior ritmo del primo Novecento italiano. L’autore attrae prima con lenta serenità, poi afferra e trascina in una vertigine di eventi sempre più drammatici. Giuseppe A. Borgese, sul Corriere della Sera, definì La trappola «una di quelle rare e felicissime cose in cui qualche volta si adempie il destino di un artista».

Se gli amori avessero tutti una sorte benevola non si potrebbe crescere e trarre del buono anche nel dolore di un distacco, nella freddezza di mille incontri veloci e distanti, fino al sollievo di un momento decisivo. Oltre il perimetro del lieto fine ci sono il sospetto, l’inganno, la beffa, la rivalsa vuota e pallida di troppe esistenze: lo stolido Pulce, oste d’un piccolo borgo, l’astuto Paolo Mortarelli, marchese di Ciciano, e poi la bella Armida, fin troppo consapevole delle sue doti, che avrà modo di turbare gli animi di molti in maniera più che decisiva. «Paolo si meravigliava di non soffrire nel suo amor proprio di conquistatore, né soprattutto nel senso del ridicolo del quale era di solito così sensibile. E come se quando fu rassicurato sul punto che ai giovani preme tanto, potesse anche provar altri sentimenti, si mise a vedere come poteva tranquillizzare l’Armida. Più che il desiderio, ora per lui contava quel sentimento di tenerezza quasi fraterna, di protezione, che aveva già sentito standole vicino, che gli veniva forse dalla sua debolezza, da quella voglia di cedere che nonostante le sue parole, sentiva crescere in lei. Di parlare non gli riusciva:
allora si mise a guardar di fuori, dalla feritoia dove prima era stata lei,
come per lasciarla libera di alzare lo sguardo senza che si dovesse incontrare col suo».

Apparato critico a cura di Matteo Basora. Con uno scritto di Nicoletta Prestifilippo.

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Delfino Cinelli nasce a Signa il 16 agosto 1889. Fa il suo ingresso nel campo della letteratura a quasi quarant’anni, nel pieno della maturità artistica, dopo avere girato il mondo per conto dell’industria di famiglia, una delle fabbriche di cappelli di paglia più famose e apprezzate. Compie gli studi medi al Cicognini di Prato come tanti letterati contemporanei tra cui Pratesi, Benelli e D’Annunzio, prosegue l’istruzione negli istituti commerciali in Svizzera e Inghilterra. Con il romanzo La trappola, nel 1928, riscuote un enorme successo di pubblico, la critica lo segnala come una delle voci più interessanti nel nuovo panorama italiano, e il Comitato dei Trenta include il romanzo tra i migliori dell’anno. Più volte ristampato, ha dato il tema al film Notte Tragica, portato sullo schermo nel 1942 da Mario Soldati, sceneggiato da Alberto Moravia e interpretato dalla celebre Doris Duranti. Sempre nel ’28, con Castiglion che Dio sol sa, autentico libro-epopea, entra nella terna che si contende il premio Bagutta e vince il Borletti dell’Accademia Mondadori. Firma  le più valide versioni italiane dei racconti di Edgar Allan Poe, utilizzate dalla grande editoria fino al 1970. Nel contempo non smette di dare alle stampe novelle, drammi, testi teatrali, racconti e saggi fino alla morte.
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