Bologna, 8 maggio 2024
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Benvenuti
La città ideale dei bambini


Nulla è più autentico di un sogno sognato come unica realtà possibile.
Non esiste una domanda, ma una normalità. Ci occorre un progetto per pensare e lavorare al meglio, sul meglio.
Ai bambini è sufficiente l’ascolto, perché la risposta l’hanno già. Ideale? Forse. Concreta, piuttosto. Sarebbe infatti assai difficile
– e sfido a farlo – convincerli che la città ideale non è piena di colori pastello e di cartelli con scritto «benvenuti»,
e le nonne colgono fragole e gli scivoli sono braccia tese verso gli amici vicini e lontani, e dalle nuvole piovono gocce di cioccolato.
Sì, sarebbe molto difficile convincerli che quella città, pensata secondo la loro misura immaginativa, non sia vera.
È verissima. Come è verissimo ciò che è normale: l’unica forma di vivere insieme che si dà.

È una favola quella delle nuvole che fanno piovere cioccolato e balocchi? È un’utopia, la città in cui c’è pace dovunque?
E ancora: è solo fantasia il drago che aiuta a fare le pulizie di casa, e la scuola dove trovano spazio tutte le cose davvero importanti,
perché imparare è accogliere all’interno di sé ciò che è importante per sé mentre la vita evolve,
e poi restituirlo con meraviglia al mondo esterno vivendo, dunque, migliorati?

Rispondere in modo affermativo a queste domande è la strada più facile.
Lo è meno, sotto il profilo umano, declinare l’invito che bambine e bambini ci fanno a entrare in una città realmente ideale,
perché si “fa facendosi”.
Per chi ha responsabilità scientifiche, tecniche e istituzionali, stabilire un perimetro
vorrebbe dire approcciare una strada in discesa. Così in discesa che si rischia di piantare semi
nella siccità di una terra che ha perduto il miracolo dell’acqua.

Portare la città ideale dei bambini dentro una visione che vuole farsi metodo di governo non è un vezzo, né un esercizio letterario.
È una riconciliazione fra le intelligenze che devono partecipare a plasmare il futuro: il loro futuro, non il nostro.
Le piante – in senso metaforico – che andremo a seminare adesso, daranno ombra e ristoro domani.

A queste bambine e a questi bambini non diamo solo l’ascolto. Francamente, non ne hanno bisogno.
Diamogli la chance di trovare nel prosieguo della vita la città che vorrebbero. È una responsabilità individuale e corale
che ci spinge a rimetterci in linea con il coraggio di cambiare la connotazione che siamo usi dare all’idea di velleità,
per farne la grammatica generativa della progettualità del futuro. Del resto, come potremmo generare e plasmare il nuovo,
nutrendo la grammatica generativa del nostro impegno con il solo deposito tracciato in digitale del passato?

Dunque, benvenuti.
Queste bambine e questi bambini hanno indicato una via. La loro, la nostra.
Non nella sostanza, perché magari noi le nuvole le vorremmo di altro colore: non verdi, né rosa, né gialle.
Ma lo hanno fatto di certo nel modo. Il sogno e l’immaginazione sono una lingua universale. Impariamola e parliamola assieme:
loro ci indicheranno la via, qualora ci perdessimo lungo il viaggio verso casa.

 


Daniela Piana
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Daniela Piana è docente ordinario di Scienza della Politica all’Università di Bologna, associate fellow presso l’Institut des Hautes Etudes sur la Justice,
esperto formatore della Scuola superiore della magistratura e componente dell’Osservatorio per la valutazione delle politiche giudiziarie,
ricercatrice impegnata nel costruire capacità individuali e istituzionali per la tutela effettiva dei diritti e delle libertà.