La rivoluzione, forse domani

La rivoluzione, forse domani è la trascrizione di un manoscritto autografo, ritrovato in circostanze fortunose, che in poco meno di cento pagine riesce ad unire una storia d’amore e di umanità in tempo di guerra, l’inno appassionato per una terra, e una vicenda di resistenza prima della Resistenza, firmata da un’autrice coltissima e misteriosa. Una novella di valore storico e sociale incalcolabile.

È nel lembo di terra fra Costa de’ Nobili e Zenevredo, due borghi divisi da un ponte di barche tra i salici sul fiume Po e i primi rilievi dell’appennino, che si consuma la vicenda narrata. Vicenda che si apre in un clima campagnolo, quasi georgico, e pur entrando subito nel climax del conflitto attraverso i dialoghi d’un gruppo di vignaioli e l’anziano signor Balossi, per due capitoli descrive la nascita di un legame amoroso tra il Michele – con l’articolo davanti – e Melania, una delle figlie gemelle della perpetua di un parroco della zona. Ma è anche e soprattutto un documento che testimonia una forma di Resistenza in un periodo in cui parecchia stampa era allineata, i dissidenti erano molti meno rispetto ad un paio d’anni dopo, e parte di quella dissidenza non era viva nella popolazione, se non attraverso forme improvvisate come quella del Michele e della sua cerchia d’amici. L’autrice, ex insegnante, padrona di almeno quattro lingue, ha una profonda conoscenza delle dinamiche letterarie e unisce linguaggio dialettale e passaggi di notevole finezza che ad ogni rilettura trasmettono qualcosa in più: grandi e piccole illuminazioni, delicati scorci emotivi e un tono fatale in cui muove gli uomini sul palco della II Guerra Mondiale, visto da chi l’ha vissuta sulla pelle, nei visceri e nello spirito.

Nel racconto vi sono la visione di un passato, di un presente, e quindi del futuro di un popolo, alla luce di alcune interessanti deduzioni. Talune così profetiche da restarci inchiodati. In primo luogo le inquadrature sul partito d’Azione di Mazzini, di Rosselli, ma di lì a poco anche di Bobbio, di Calamandrei; poi i dialoghi dei ragazzi che ipotizzano una repubblica democratica d’Italia – in tempi lontani da una sua qualunque formulazione – e il ritratto interiore di chi potrebbe farla per un proprio mero tornaconto, così com’è poi realmente accaduto; e ancora le sferzate del signor Balossi a Melania, nelle quali il vecchio spiega alla semplice, ingenua ragazza di campagna, un concetto di colonizzazione edilizia che il fascismo aveva messo in cantiere ma le generazioni successive hanno democraticamente proseguito e ampliato, arrivando a disintegrare larghe parti dello Stivale. Non solo: al termine del dialogo col Balossi, Melania dice che se sarà necessario difenderà con le unghie la bellezza del borgo dalle «case per nessuno». Ebbene, nel 2018, Costa de’ Nobili non ha grattacieli, non ha palazzoni, non ha ecomostri. Certo non è più popoloso come allora, e conta poco più di trecento anime, ma è ancora quasi del tutto simile e l’espansione bulimica tanto frequente altrove pare non averlo sfiorato. Fuor di trama, eppure parte integrante del suo fascino, sono anche i misteri che giostrano attorno ai protagonisti. Alla luce delle ricerche risultano mutuati dal vero, come i cosiddetti comprimari, i cameo per dirla col cinema, sono di uomini realmente esistiti. Il don Orsi che venne salvato dall’ira dei fascisti da parte dell’intero paese fa il paio col Cesare Maggi che votò “no” alla lista unica: si è rivelato complicato rintracciare loro notizie ma tutte le avventure, e le parabole umane, risultano veritiere.

Nell’opera trovano agio alcune tipicità degli italiani, messe in risalto già nel terzo capitolo, quando i ragazzi entrano nell’osteria, parlano del disprezzo verso il regime, e tutti gli avventori si scagliano contro quest’ultimo salvo poi, al momento di tradurre le intenzioni in fatti, tirarsi indietro. Il simbolo che l’autrice adotta è l’oste, per il quale sono i benvenuti i canti, gli inni alla libertà, però «non voglio guai. Quelli chi sa di dov’erano – riferito ad alcuni nazionalisti appena allontanatisi – ma io qua ci vivo, ho moglie e tre figlioli. Se volete accapigliarvi… lontani dalla cantina!». È il triste quadro di un popolo la cui consapevolezza è vivissima nel singolo o nel piccolo gruppo, ma prende una forma precisa in base alle orientative della massa. Non a caso, storicamente parlando i movimenti di forte opposizione ai nazionalisti, per non dire della lotta partigiana, nascono quando il fascismo viene messo spalle al muro dalle prime sconfitte subìte; la parentesi che precede tutto ciò è divisa in due grandi fazioni: gli asserviti al regime, quelli che (conferma l’autrice) ci mangiano, spartiscono cariche, vantaggi, o per tranquillità non si ribellano; e quelli che vorrebbero ribellarsi ma sanno cosa li aspetta, e si riducono a coltivare il dissenso dentro di sé. La compagnia di giovani qui protagonista è anch’essa una specie di simbolo. Le azioni che compie nascono come scherzi, come bravate dirette sì a fomentare il malcontento, ma l’aspettativa dei ragazzi è ben al di sotto dei risultati. Tant’è che, in uno dei dialoghi, il più adulto è scettico sulle proposte. Gli sembrano fesserie, ragazzate appunto, ma è lui stesso a smentire le previsioni non ostacolando i piani, anzi, contribuendo, «perché la gente è diffidente verso le cose ovvie, dargliene d’inverosimili è un’opportunità».

Apparato critico di Chiara Solerio, postfazione del filosofo Marco Vagnozzi.

– in libreria dal 28 novembre –

* L’evento sarà preceduto da una mini-edizione di duecentocinquanta copie, singolarmente numerate, acquistabili fino a esaurimento solo sulla pagina apposita (https://divergenze.eu/prodotto/la-rivoluzione-forse-domani/) dal 6 novembre.